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“Massimo Troisi. L’arte della leggerezza” di Giuseppe Sommario

“Massimo Troisi. L’arte della leggerezza” il libro di Giuseppe Sommario

Il suo prossimo lavoro parlerà delle comunità di emigranti italiani in Argentina e Canada

massimo troisi l'arte della leggerezza di giuseppe sommario

Il giovane scrittore calabrese Giuseppe Sommario è un appassionato di cinema e teatro, in modo particolare del grande Massimo Troisi, al quale ha dedicato il suo libro: Massimo Troisi. L’arte della leggerezza”, pubblicato dalla Rubbettino. E’ nato in Calabria, a Paludi, provincia di Cosenza dove ha vissuto per i suoi primi 18 anni. Dopo la maturità classica si è trasferito a Roma per gli studi universitari. Ha insegnato lettere negli Istituti Tecnici, nel carcere di Rebibbia e nei corsi serali. Svolge presso l’Università di Messina un Dottorato di ricerca sulla presenza del dialetto calabrese nell’arte (soprattutto nel cinema e nel teatro in Italia e in Argentina). Il suo prossimo libro uscirà nell’autunno 2016, parlerà del suo viaggio nelle comunità migranti in Argentina e Canada.

massimo troisi l'arte della leggerezza di giuseppe sommario

Come è nata la passione per il cinema ed il teatro e di conseguenza per la scrittura?Domanda semplice cui per rispondere dovrei ripercorrere 30-35 anni di vita. Le tre passioni non sono collegate da un nesso di interdipendenza, di causa-effetto. Sono sorte in momenti diverse della mia vita: teatro e scrittura sin da bambino, il cinema quand’ero adolescente. Non ricordo quando è nata la passione per la scrittura, ricordo che mi è sempre piaciuto scrivere. In pratica non ricordo momenti della mia vita in cui non ho scritto: dalle prime lettere ai nonni che scrivevo a 4 anni, quando ero in Germania, ai racconti scritti alle elementari, sino ad arrivare ai saggi, ai testi teatrali, ai libri. La passione per il teatro e per il cinema invece sono legate ad eventi precisi. Mi sono innamorato del teatro quando frequentavo la prima media, avevo 10-11 anni. Frequentavo la scuola media del mio paese, Paludi (CS), dove da poco era arrivata un’insegnate di Educazione Artistica napoletana (la professoressa Amato), che nel doposcuola ci faceva fare teatro. Quell’anno lavorammo alla messa in scena di Napoli Milionaria. Eduardo, il teatro, la professoressa Amato: mi innamorai di tutti e tre perdutamente. E non so se è un caso, ma un altro napoletano è all’origine della mia cinefilia: Massimo Troisi. Accadde in un pomeriggio di marzo degli anni ottanta. Quel pomeriggio sono andato al cinema per la prima volta. Ho visto prima “Rambo II”, poi “Pensavo fosse amore invece era un calesse”. Allora ho capito che non sarei mai diventato Rambo, ma che sicuramente mi sentivo più a mio agio salendo sul calesse con Massimo. Sono passati quasi 30 anni da quel pomeriggio, e quel calesse continua a portarmi per il mondo con la stessa leggerezza del primo momento.

massimo troisi l'arte della leggerezza di giuseppe sommario

Il legame con le tue radici è il perno centrale della tua vita. Cos’è per te la Calabria? Sì, la Calabria rappresenta le mie radici, il posto da cui guardo al mondo, anche quando sono lontano. Sono andato via a 18 anni, contento di lasciare il paese piccolo che ti protegge e ti esclude dal mondo, ma più passano gli anni più la terra fa sentire il suo richiamo. E il mio lavoro sul dialetto calabro parlato dagli emigranti, in fondo non è altro che un voler tornare a casa, un continuare a restare in contatto con la terra in cui sono nato: la terra di mio padre, di mio nonno. In fondo la lingua è una sorta di luogo simbolico che esprime sentimenti profondi. E il fatto che, nonostante viva da tanti anni fuori, non abbia abbandonato il mio accento calabro, la dice lunga su quanto ami la mia regione. Per me la Calabria non è più o non è solo una realtà geografica dove torno appena posso, ma è un modo di essere, un luogo dell’anima.

massimo troisi l'arte della leggerezza di giuseppe sommario

Hai pubblicato un libro sul grande attore Massimo Troisi. Cosa ti ha spinto ad analizzare  “il comico dei sentimenti”, “il Pulcinella senza maschera”?Amavo Troisi sin da ragazzino, poi, dopo la maturità classica, mi sono iscritto alla Sapienza di Roma, indirizzo Discipline dello Spettacolo. E così, quando si è trattato di scegliere l’argomento della tesi non ho avuto dubbi: ho detto al mio professore di Cinema che volevo fare la tesi su Troisi. In seguito, la Rubbettino ha pubblicato la tesi che è diventato il libro Massimo Troisi, l’arte della leggerezza. E quindi a spingermi a scrivere è stato l’amore, la passione. Quello che è successo a me con Troisi è un po’ quello che succede spesso a molti: sentirsi legati per sensibilità e affinità intellettive a persone che, senza averle conosciute personalmente, finiscono per entrare nel nostro tessuto intimo, e ci cambiano la vita. In questo senso per me Massimo è una persona molto cara, come un amico fraterno. Mi ha insegnato a guardare con ironia le cose di questo mondo; è stato oggetto della mia tesi e di un mio libro; mi ha fatto conoscere cose di me e persone splendide che hanno avuto il privilegio di conoscerlo. Scrivere un libro su Troisi è stato un atto d’amore, tutto molto naturale, com’è viene naturale l’acqua nel cavo della mano.

Oltre ad insegnare negli Istituti Superiori sei stato docente di lettere nella sezione staccata operante negli Istituti Carcerari di Rebibbia. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?L’insegnamento in carcere è stata per me una delle esperienze più emozionati e formative della mia vita. Mai scorderò la lezione in cui ho letto la scritta che campeggia sulla porta dell’Inferno (Per me si va…): il grado di identificazione fra dannati e detenuti-alunni è stato massimo. La speranza e il dolore di cui parla Dante si alternavano continuamente nei loro sguardi, sicuri che il Poeta stesse parlando a loro, di loro.

massimo troisi l'arte della leggerezza di giuseppe sommario

Sei stato in Argentina ed hai analizzato le comunità calabresi, indagando le loro tradizioni, usi linguistici, abitudini. Raccontaci l’esperienza vissuta. Sono stato in Argentina, a Buenos Aires, più volte per il mio Progetto di Ricerca. Infatti, sto ultimando un Dottorato in “Storia delle forme culturali euro-mediterranee” presso l’Università degli Studi di Messina. Il progetto di ricerca parte dal cocoliche (lingua dei primi emigranti e maschera del teatro argentino) per poi estendere l’indagine alle comunità calabresi presenti in Argentina, ai loro usi linguistici, alle tradizioni mantenute e/o perse. A Baires ho avuto modo di incontrare le tante comunità italiane e calabresi presenti, vitali e ancora attive nelle tante associazioni recanti il nome dei borghi di provenienza o dei Santi protettori del paese di origine. L’impressione è sempre quella di essere tornato a casa. Spesso, durante il mio soggiorno argentino, ero assalito da un sentimento di spaesamento e al tempo di appaesamento: ero dall’altra parte del mondo, in un contesto lontanissimo e diversissimo dai borghi della collina jonica, ma mi bastava aprire una porta, entrare a casa di za’ Cuncetta e sentire: “bonuvenuto e’ ra Calabbria mia!”.  Improvvisamente le migliaia di chilometri svanivano. Svanivano nell’altarino votivo a San Francesco di Paola, nei ritratti appesi, nelle foto dei defunti con lumini accesi. In Argentina (ma anche in Canada dove sono stato nell’ottobre 2015) ho visitato le “piccole Italie”.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?In autunno dovrebbe uscire il libro sui miei viaggi in Argentina e in Canada nelle comunità degli emigranti italiani. Poi una serie di progetti intrapresi, ancora non bene definiti, ma nell’immediato direi anche un po’ di mare: Jonio, Tirreno, Mediterraneo, basta che sia AsSud!

Natascia e Romina Malizia

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